Mal d’Amore ovvero la dipendenza affettiva

Avete sentito parlare della donna che baciò un rospo? Sperava che si sarebbe trasformato in un principe. Ma non fu così. Fu lei a trasformarsi in un rospo. Melody Beattie

Di cosa si tratta?

Sebbene la dipendenza affettiva non sia ancora classificata come patologia nel principale sistema diagnostico psichiatrico (DSM V), varie ricerche la considerano un disturbo autonomo (Giddens, 1992).

La dipendenza affettiva, o mal d’amore, è ascrivibile all’interno della categoria delle New Addictions (Nuove Dipendenze) ovvero quelle forme di dipendenza senza sostanza legate a comportamenti ed attività messe in atto dal soggetto.

Viene descritta come una forma patologica di amore caratterizzata da una costante assenza di reciprocità all’interno della relazione, in cui uno dei due riveste il ruolo di donatore d’amore a senso unico, e vede nel legame con l’altro, spesso problematico o sfuggente, l’unica ragione della propria esistenza.

L’individuo dipendente, avendo scarsa fiducia in se stesso, fonda la propria autostima sulla rassicurazione, sull’ approvazione altrui ed è incapace di prendere decisioni senza un incoraggiamento esterno (Galimberti, 1992)

Quali sono le caratteristiche dei legami dipendenti?

I legami di dipendenza sono caratterizzati da ossessione, insicurezza ed ansia (Acevedo e Aron, 2009). Il pensiero del legame permea la vita quotidiana e sono presenti ripetuti comportamenti fuori controllo che producono conseguenze negative nella vita del soggetto (Weiss e Schneider, 2006).

Chi vive questo tipo di dipendenza attribuisce all’altro, oggetto d’amore, una importanza tale da annullare se stesso, non ascoltando i propri bisogni e le proprie necessità. Tutto questo per evitare di affrontare la paura più grande: la rottura della relazione. Il timore della perdita del legame porta spesso tali soggetti a sperimentare forti sensazioni di ansia, panico e talvolta depressione. Nel soggetto dipendente affettivo si assiste spesso ad  autoattribuzioni di responsabilità eccessive: “io sbaglio e per questo lui si comporta in questo modo”, “se solo fossi meno gelosa tutto questo non succederebbe”, “se ha urlato e mi ha offeso così è perché io l’ho fatto innervosire, ho tirato la corda”.

Giddens, infine, suggerisce la dipendenza affettiva come connotata dalle seguenti caratteristiche:

  •  L’Ebbrezza. Ovvero, il soggetto dipendente tende a star bene solo quando è in presenza della persona amata;
  • La Dose. Il dipendente affettivo tende ad aumentare le “dosi” di presenza/vicinanza della persona amata;
  • La Perdita dell’Io. Il dipendente aspira ad uno stato di “fusione” con l’amato che può compromettere le capacità critiche e l’esame di realtà della persona.

Quali sono i segnali per riconoscere la dipendenza affettiva?

  • terrore dell’abbandono e della separazione
  • scarsa autostima
  • evidente mancanza di interesse per sé e per la propria vita
  • senso di inadeguatezza personale
  • senso di inferiorità rispetto al partner
  • paura di perdere la persona amata
  • devozione estrema
  • gelosia morbosa
  • isolamento
  • incapacità di tollerare la solitudine
  • stato di allarme e di panico davanti alla minima contrarietà
  • assenza totale di confini con il partner: la relazione è simbiosi e fusione
  • paura di essere se stessi
  • paura del cambiamento
  • senso di colpa e rabbia

 Chi colpisce?

Sebbene la letteratura scientifica sia concorde nel ritenere che la dipendenza affettiva colpisca prevalentemente le donne, in percentuale, rispetto agli uomini, che si attesta intorno al 90% (Miller, 1994), legami di dipendenza possono essere presenti anche in contesti famigliari (figli che non sanno distaccarsi dal nucleo di origine).

L’età delle donne colpite sembra essere variabile.

Perché succede?

Il legame di dipendenza è la prima forma di legame affettivo sperimentato da qualsiasi essere umano, universalmente. Per ragioni biologiche legate alla perpetuazione della vita, il bambino costruisce sin dai primi secondi della sua esistenza un rapporto di dipendenza con la madre che gli permette al contempo il sostentamento e la sopravvivenza. La continua e costante vicinanza, durante l’infanzia, a figure di accudimento “sufficientemente buone” (Winnicott) e  “sicure” (Bowlby) consente al bambino di sviluppare successivamente caratteristiche e competenze (esplorare il mondo, sentirsi protetto e sicuro, ascoltare l’altro e prendersene cura, mostrare fiducia in se stessi ed autonomia personale) legate ad un armonico funzionamento della personalità.

Non sempre, tuttavia, le cose vanno così.

Un fattore che può stare alla base della strutturazione di una dipendenza affettiva, è come sottolinea J.L. Herman (1992), una possibile storia infantile di maltrattamenti fisici e psicologici. I soggetti a volte sono stati vittima di abusi sessuali o molestie, o più spesso i loro bisogni sono stati negati o frustrati. Da adulte, queste persone tendono a negare i propri bisogni, presentano una bassa autostima e la loro identità appare labile (necessitando dell’altro per essere consolidata). Sembra molto probabile che nell’eziologia della Dipendenza Affettiva partecipino diverse concause: lo stile di attaccamento e i Modelli Operativi Interni (Bowlby, 1989) che si sviluppano nell’infanzia e regolano lo stile e le caratteristiche con cui ci si relaziona agli altri, l’influenza culturale sul ruolo della donna ed infine legami famigliari sempre più ambigui ed instabili.

La terapia

La guarigione dalla dipendenza affettiva non si raggiunge distaccandosi dalla persona o dalle persone da cui si è dipendenti, bensì attraverso l’acquisizione di una autonomia affettiva e relazionale; entrare realmente in contatto con gli altri perché lo vogliamo, lo scegliamo, non perché abbiamo bisogno di loro per esistere. Questo non è sempre semplice; nonostante il forte malessere può essere molto difficile chiedere aiuto. Il momento significativo che porta i dipendenti affettivi a chiedere aiuto, come nelle diverse forme di dipendenza, avviene quando si tocca il fondo, quando si ha la percezione del vuoto, della perdita di identità, della rabbia e dalla frustrazione di non vedere ricambiata la propria dedizione ed il proprio amore.

L’intervento terapeutico si muoverà su due livelli:

  • rivedere e modificare gli stili relazionali disadattivi che stanno alla base della dipendenza affettiva attraverso una rilettura della storia affettiva della persona,
  • intervenire sulle distorsioni cognitive (bias) che alimentano il circolo vizioso della propria fragilità all’interno della relazione e la bassa autostima personale.

Attraverso la psicoterapia la persona potrà rivedere e rileggere la sua stessa storia, arricchendola di contenuti nuovi e più funzionali, in altre parole, rinarrarla.